Emanuela Arcaleni, capogruppo di Castello Cambia, apre “In Primo Piano”
Due rate e nessun saldo. La bolletta della Tari è arrivata così nelle case di Città di Castello e di San Giustino, senza che i cittadini potessero sapere quanto avrebbero pagato davvero alla fine dell’anno. È da qui che parte “In Primo Piano”, il format che ci accompagnerà alle amministrative di Città di Castello e Sansepolcro. Prima ospite Emanuela Arcaleni, capogruppo di Castello Cambia in consiglio comunale.
Partiamo dalle bollette: che succede a Città di Castello?
«Quello che è successo a San Giustino succede anche qui, perché il gestore è lo stesso. C’è stato un fortissimo ritardo nell’elaborazione e nell’approvazione dei Pef, i piani economico-finanziari che i gestori presentano e che Auri deve approvare. Senza quelli la Tari del singolo cittadino non si può calcolare: prima c’è un monte da definire, e il calcolo non è banale, poi c’è la ripartizione. Quando ho visto che la bolletta arrivava con due sole rate e senza saldo mi sono attivata subito, come altri per carità, ma credo di essere stata molto celere: ho chiesto all’amministrazione una commissione immediata. Non era mai successo che la Tari arrivasse senza saldo definitivo, senza che i cittadini potessero capire quanto avrebbero pagato in tutto.»
Poi la partita è finita in consiglio comunale.
«Sì, ma con molto ritardo. Auri dice che i gestori hanno portato i conti tardi, e nella prima seduta di luglio l’approvazione non è arrivata. Alla fine ci siamo trovati ad approvarla il 27 luglio. Io non l’ho votata, perché ci sono determinati aumenti. Il 4 luglio avevo chiesto una commissione che ancora non si è tenuta, perché non è stata convocata: non posso convocarla io, sono all’opposizione, deve farlo la maggioranza. Lì voglio vedere bene il Pef 2026, che è in aumento fino al tetto massimo previsto da Arera, il 5,8 per cento poi leggermente ritoccato, ma anche i Pef degli ultimi quattro anni. È arrivata una comunicazione dell’ex amministratore in cui si parla di incongruenze: dovranno spiegarle Auri, i vecchi amministratori e anche i nuovi. Su questo i cittadini possono stare tranquilli, il controllo è serrato. Ma è chiaro che la vicenda ha creato criticità e qualche allarme.»
Perché la fate tanto complicata? Gli stipendi sono gli stessi da anni e tutto è aumentato. Non si arriva più a metà mese: arriva lo stipendio e paga i debiti di quello prima. Non è che si può chiedere alle famiglie di dare, dare, dare.
«Lei parla con una lavoratrice dipendente, con un marito lavoratore dipendente. Il nostro stipendio è fermo da anni. Una classe che un tempo era considerata media adesso sta scivolando verso il basso. I dipendenti pagano le tasse per intero e, a fronte di aumenti di imposte o tributi, i servizi restano quelli che sono. Anche sulla Tari il miglioramento non c’è, l’hanno certificato i gestori stessi, e invece l’aumento c’è. Detto questo, non si può imputare tutto alle politiche comunali: bisogna dire la verità anche su quelle di governo. Siamo venuti qui in macchina tutti e due, il pieno è aumentato enormemente.»
E allora di cosa parliamo? Torniamo al locale, perché in consiglio c’è stata una battuta che mi è piaciuta poco: guardiamo il bicchiere mezzo pieno, Città di Castello è il Comune che in Umbria ha aumentato di meno.
«È vero che Città di Castello non ha la Tari più alta dell’Umbria, anzi è tra le più basse. Ma c’è un particolare: noi abbiamo una discarica, e quella discarica la possibilità di fare cassa l’ha sempre avuta. C’è un conferimento di rifiuti abnorme, e con abnorme intendo tantissime tonnellate, 50, 60, 90mila l’anno. È un introito enorme, si parla di milioni. Io ho sempre chiesto, ottenendo poco, che quegli introiti vadano a scomputo della Tari dei cittadini: sono guadagni che devono ricadere in positivo, abbassando i costi. Poi c’è un problema di metodo: sembra che su questo tributo si vada sempre e solo verso l’aumento, non si riesce a invertire la rotta. Bisogna guardare dentro il computo dei costi, quali voci mettono i gestori, quali contributi sono previsti. Una disamina seria, anche tecnica.»
Una posizione in linea con l’attuale maggioranza?
«Quale maggioranza? A me non pare, altrimenti l’avrebbero già fatto. Lo sa: quella non è esattamente la mia maggioranza, io mi sono candidata all’opposizione.»
Allora glielo chiedo per l’ultima volta, e so già che non mi dirà sì o no su nessuna candidatura. Su quali basi si può costruire un’alleanza di centrosinistra? Chiamiamola campo largo, campo larghissimo, campo di Marte, come le pare. O non c’è proprio la possibilità perché non ci si fida l’uno dell’altro?
«Intanto la politica la fanno le persone. Ci sono i caminetti, i tavoli, gli aperitivi, le cene, e non solo a Perugia, li vedo anche più vicino. Io non partecipo granché: parlo con le persone comuni, che hanno voglia di mettersi in gioco per una città che riprenda uno slancio oggi fermo. Le correnti ci sono, e non solo nel Pd: bisognerebbe capire anche con quali socialisti il Pd vuole dialogare, e se prevarrà una coalizione conservatrice che mantiene lo status quo o l’innovazione e la discontinuità. Io sono disponibile al dialogo, e lo è anche il gruppo, credo di essere stata la prima a dirlo. Ma le condizioni non possono essere quelle di un allargamento tout court dell’attuale maggioranza, con loro che decidono a chi allargare e dettano le regole. Se si apre una coalizione nuova, allora è nuova davvero: senza candidati precostituiti e con una prospettiva di discontinuità.»
E in concreto, che cosa va cambiato?
«Non dico che sia andato tutto male, ci sono cose da recuperare dell’esperienza di governo. Ma la gestione delle partecipate va modificata: serve trasparenza vera sull’utilizzo delle finanze e la possibilità di rendere conto ai cittadini dei servizi realizzati, perché lì si investono molte centinaia di migliaia di euro. Chi ha ridotto le partecipate in un certo modo non può pensare di risolvere i problemi del futuro. Poi c’è un tema trasversale di cui non parla nessuno, il cambiamento climatico. Continuiamo ad affrontare i problemi spacchettandoli e non è più possibile. Anche pochi gradi in più creano difficoltà alla viabilità e alla salute delle persone, dei bambini piccoli, degli anziani. Ci sono alloggi residenziali senza aria condizionata, e ci sono gli asili: ho fatto un’interpellanza sulle scuole per l’infanzia, chiudono a giugno e riaprono a settembre, in che condizioni stanno i bambini? Ma non se ne esce solo con i condizionatori a palla. La piantumazione non è una battuta ambientalista: è provato che una città meno cementificata e con più alberi abbassa la temperatura di due, tre, quattro, cinque gradi. Lo stesso vale per l’energia, che ho posto molte volte in consiglio ottenendo poco. Le idee per una città con un passo diverso ci sono, e io vorrei essere lì per questo.»
Chiudo con una notizia arrivata in questi giorni: l’ampliamento della discarica di Orvieto e il nuovo piano rifiuti, senza inceneritori e verso l’economia circolare. Se si prospettasse un ampliamento anche per Belladanza, Castello Cambia che dice?
«L’ampliamento di Belladanza era già previsto nel 2022 e in parte, se non sbaglio, finanziato: 300mila metri cubi, in quel caso per la transizione verso l’inceneritore. Il nuovo piano non è ancora stato deliberato, sono state approvate alcune linee guida, e la direzione sarà quella dell’economia circolare. Io ho sempre detto, anche in consiglio comunale e all’assessore Thomas De Luca, che Città di Castello deve porsi in un’ottica di proposta: nuovi impianti di recupero, di riciclo, raccolta differenziata spinta. Spinta non nel senso del porta a porta, ma nel senso che ciò che viene raccolto trovi già qui, o comunque nell’Alto Tevere, una filiera pronta a lavorarlo. Quello è il futuro. Ammodernamento e migliorie di Belladanza sì. Un ampliamento fatto solo per conferire no, assolutamente no: mi pare sia stato scongiurato anche dalle parole dell’assessore. E fino a prova contraria mi fido di quello che è stato promesso.»

