Elisa Frabetti e Valentina Tomassini raccontano il progetto inclusivo della Tiferno Pallacanestro: «Qui nessuno resta indietro». Dal 2020 il Baskin è diventato una seconda famiglia per decine di ragazzi e famiglie dell’Alta Valle del Tevere. Ci sono vittorie che non finiscono sul tabellone. Vittorie che non si misurano in punti segnati o classifiche, ma nei piccoli gesti quotidiani: preparare da soli la borsa per l’allenamento, imparare ad apparecchiare la tavola, avere il coraggio di salutare qualcuno guardandolo negli occhi.
È qui che il Baskin della Tiferno Pallacanestro trova il suo significato più profondo. Dal 2020, a Città di Castello, il progetto di basket inclusivo porta in palestra ragazzi con disabilità e giovani atleti che condividono lo stesso campo, la stessa maglia e soprattutto la stessa squadra. Nessuna distinzione, nessuna barriera. Solo sport e inclusione vera.
A raccontare questo percorso sono Elisa Frabetti e Valentina Tomassini, coach ed educatrici del gruppo Baskin tifernate, entrambe anche giocatrici della squadra femminile della Tiferno Pallacanestro.
«La vera magia del Baskin – racconta Elisa – è che non è uno sport per disabili, ma uno sport in cui persone abili e disabili giocano insieme. Qui conta sentirsi parte di una squadra».
Oggi il Baskin Tiferno coinvolge quasi cinquanta tesserati: 26 ragazzi con disabilità tra i 16 e i 47 anni e oltre venti giocatori “abili”, molti provenienti dal vivaio della società. Ma attorno al campo ruota molto di più: genitori che diventano arbitri o refertisti, volontari, allenatori in formazione e famiglie che imparano a condividere un percorso spesso iniziato con paura e incertezza.
Perché il primo passo, ammettono Elisa e Valentina, non è sempre facile.
«Molti genitori all’inizio hanno timore – spiegano –. È normale. Ci sono paure, dubbi, la preoccupazione di vedere i propri figli affrontare qualcosa di nuovo».
Poi però arriva la palestra. Arrivano i compagni, gli allenamenti, le prime amicizie.
E qualcosa cambia.
«Spesso i progressi più belli si vedono fuori dal campo», raccontano. «Ragazzi che acquistano autonomia, che imparano a relazionarsi, che iniziano a fare cose che prima sembravano impossibili». Un percorso costruito anche grazie alla collaborazione con l’Asl Umbria, che aiuta a individuare ragazzi per cui il Baskin può rappresentare un’opportunità importante di crescita personale e sociale.
Ma il Baskin non cambia solo i ragazzi. Cambia anche chi sceglie di entrarci.
Valentina lo racconta senza nascondersi: «La prima volta ero terrorizzata. Non sapevo come approcciarmi. Elisa mi disse soltanto: “Fai quello che ti senti”. Da lì è iniziato tutto». Oggi, quei ragazzi che inizialmente la osservavano da lontano la cercano per un abbraccio, le prendono la mano durante gli esercizi, la salutano anche fuori dal palazzetto.
«È un mondo che ti cambia – dice Elisa –. Quando i genitori ci ringraziano io penso sempre una cosa: abbiamo ricevuto molto più di quello che abbiamo dato».
Ed è forse questa la lezione più grande del Baskin: ricordare che lo sport non è solo competizione.
Può essere amicizia.
Può essere crescita.
Può essere inclusione.
E può insegnare, ogni giorno, che le vittorie più importanti spesso iniziano lontano dal parquet.

